IL CALO UDITIVO NELL’ANZIANO

L’aumento progressivo dell’aspettativa di vita è chiaramente uno dei maggiori traguardi in tema di salute degli ultimi 150 anni. Se da un lato si vive di più non si può non considerare l’incremento delle patologie croniche legate all’età. La vera sfida in tema di salute oggi non è quindi solo vivere più a lungo, ma soprattutto vivere meglio cioè con una migliore qualità di vita. Tra le numerose condizioni che influenzano l’indipendenza e la partecipazione alla vita degli anziani l’ipoacusia è sicuramente una delle più comuni.

La perdita d’udito legata all’età viene definita presbiacusia ed è caratterizzata da una riduzione della sensibilità uditiva ad andamento progressivo (più o meno rapido), interessante entrambe le orecchie ed in maniera simmetrica. Alla base di questo processo di invecchiamento della funzione uditiva vi è una graduale perdita di quelle cellule dell’orecchio interno, le cellule ciliate della membrana basilare, specializzate nel tradurre lo stimolo acustico in impulso nervoso da inviare al nostro cervello.

La problematica legata alla perdita d’udito negli anziani conta numeri molto importanti al punto che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa un terzo delle persone di età superiore ai 65 anni è affetto da ipoacusia. A ciò c’è da aggiungere che le stime attuali prevedono per il 2025 un incremento della popolazione mondiale al di sopra dei 60 anni intorno ai 1,2 miliardi di cui oltre 500 milioni con grave compromissione uditiva. Nella maggior parte dei casi, infine, il soggetto presbiacusico presenta altre patologie concomitanti legati all’età che contribuiscono a rendere particolarmente scadente la qualità della vita.

La presentazione clinica della presbiacusia, il tasso di progressione, l’età di insorgenza e la gravità della perdita dell’udito presentano un elevato grado di variabilità da paziente a paziente. Nella maggior parte dei casi la perdita uditiva risulta significativa ma non è infrequente trovare un udito nei limiti della norma o comunque una perdita estremamente modesta. Anche riguardo all’età di insorgenza e alla modalità di presentazione si rilevano differenze. Studi epidemiologici su vaste popolazioni di adulti anziani mostrano che il declino della sensibilità uditiva accelera dopo i 30 anni negli uomini e i 50 nelle donne; inoltre negli uomini la perdita uditiva è più accentuata rispetto alle donne soprattutto sulle alte frequenze.

Esistono delle cause alla base di questa estrema variabilità del fenomeno patologico? Perché alcune persone sviluppano una ipoacusia marcata mentre altre sono sostanzialmente normoacusiche? In effetti diverse fattori concorrono alla determinazione del danno. In primo luogo vi è la predisposizione genetica: diversi studi sull’ ereditarietà del danno uditivo legato all’età nell’uomo hanno stimato che il 25-75% della varianza in questa patologia ha una componente genetica (sono diversi i geni individuati nel processo patogenetico in particolare quelli che codificano per gli enzimi di detossificazione).

Altri fattori sono legati agli stili di vita come il fumo. Particolarmente importante il ruolo svolto da farmaci ototossici (compresi alcuni antibiotici, diuretici e antinfiammatori). Infine l’esposizione a rumore è senza dubbio un’importante fattore che incide sulla progressione del danno in quanto il danno generato dall’esposizione prolungata nel tempo a fonti rumorose indebolisce le cellule uditive rendendole più “sensibili” al processo di invecchiamento.

Il danno uditivo legato all’invecchiamento cellulare fin qui descritto si traduce sul piano clinico in una difficoltà nell’ascolto dei suoni in particolari in ambiente rumoroso. Più nello specifico il paziente presbiacusico lamenta una ridotta capacità non tanto nella percezione dei suoni quanto nella discriminazione del parlato. Frasi del tipo “riesco a sentire la tv ma non capisco quello che dice” oppure “ho difficoltà a capire quello che mi dicono soprattutto quando ci sono persone attorno che parlano” sono tipiche del paziente con presbiacusia. Queste difficoltà uditive dunque rappresentano una grande limitazione per il paziente che le vive con estremo disagio perché si sente completamente escluso da una conversazione, limitato nel godersi una rappresentazione teatrale o la visione di un film; il paziente presbiacusico si sente quindi insicuro e tende all’autoesclusione per non mostrare la propria difficoltà.

Probabilmente le conseguenze sul piano psicologico rappresentano il danno maggiore per il paziente ipoacusico. La perdita dell’udito in una persona, specialmente se socialmente attiva, si associa spesso a stati depressivi che vanno ad influenzare negativamente le eventuali patologie concomitanti presenti. Diversi studi hanno dimostrato che in pazienti cardiopatici con età superiore ai 65, la perdita di udito si associa frequentemente ad una peggiore progressione della patologa cardiaca.

In aggiunto a quanto descritto c’è da sottolineare il danno dato dalla mancata stimolazione uditiva sulle funzioni cognitive. Vi sono prove forti e coerenti che anziani che soffrono di perdita dell’udito presentano prestazioni cognitive più scarse e tassi più elevati di declino cognitivo; gli autori degli studi fatti in questo senso stimano che fino al 35% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto prendendo di mira nove fattori di rischio modificabili(istruzione, ipertensione, obesità, fumo, depressione, inattività fisica, diabete, isolamento sociale e perdita dell’udito) con la perdita dell’udito a rappresentare il 9% dei casi di demenza.

Da tutto ciò risulta chiaro come la non sottovalutazione della problematica uditiva nell’anziano diventa fondamentale nel migliorare sensibilmente la qualità della vita. E’ pertanto raccomandato per i pazienti oltre i 50 anni effettuare una visita audiologica annuale con esame audiometrico per monitorare costantemente la funzionalità uditiva, in particolare nei soggetti che presentano fattori di rischio (familiarità per ipoacusia, esposizione prolungata a rumore, utilizzo frequente e continuato di farmaci ototossici).

Una diagnosi adeguata e soprattutto non tardiva consente di impostare con discreta facilità la corretta terapia la quale prevede, nei casi indicati, la riabilitazione acustica attraverso l’utilizzo di dispositivi quali protesi acustiche o impianto cocleare; la scelta del tipo e delle caratteristiche del dispositivo è in funzione della gravità della perdita uditiva. Il compito dello specialista audiologo è quello dunque di diagnosticare e guidare verso il corretto percorso riabilitativo il paziente presbiacusico affinché possa avere la migliore soluzione per ottenere una migliore qualità della vita.

Articolo curato da Carmine Papa, Specialista Audiologo presso Copa Servizi